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Roberto Camurri
Il nome della madre

 “Il nome della madre”
 Roberto Camurri
 Romanzo
 NN Editore
 28 maggio 2020
 cartaceo
 176

“Aspetterà quelle che saranno ore, guarderà il giorno diventare sera. Aspetterà l’aprirsi di quella porta. Avrà voglia e paura di vedere suo figlio, di vedere lei.”

Da quando sua moglie se n’è andata senza spiegazioni, Ettore vive da solo con il figlio piccolo a Fabbrico, nel cuore della pianura padana. L’assenza della moglie popola la mente di Ettore, che oscilla tra i teneri ricordi di lei, donna imperscrutabile e feroce, e gli sforzi furiosi di dimenticarla, di non vederla in ogni espressione del figlio, Pietro, che le assomiglia così tanto. Anni dopo sarà Pietro a ereditare questo vuoto, in perenne conflitto con il padre, con Fabbrico e i suoi campi vasti e opprimenti. Pietro vuole amare Miriam, la ragazza che lo fa sentire al sicuro, ma quella sicurezza lo spaventa, lasciandolo solo di fronte alle sue emozioni. E cresce nella speranza di trovare una traccia, un ricordo, un indizio per provare a capire la donna che li ha abbandonati e di cui lui non ha memoria, per poter immaginare un futuro, il suo, che continuamente gli sfugge.

Ettore e Pietro, padre e figlio, entrambi provati da un abbandono che non comprendono. Anna se ne è andata lasciandoli soli a vivere una vita dove l’assenza sarà sempre presente, in ogni azione, in ogni pensiero, in ogni scelta fatta o mancata.

Ettore forse aveva percepito l’allontanamento di sua moglie, ma tra l’immaginarlo e avere la casa vuota da un giorno all’altro il salto è stato troppo grande per assimilarlo senza contraccolpi e  il tempo per adattarsi non è stato sufficiente, soprattutto visto la grande responsabilità che lei aveva deciso di lasciargli: il piccolo Pietro.

Cresce il bambino nel migliore dei modi, cerca di essere un padre giusto, affidabile, affettuoso anche se non sa bene come esprimere l’amore che sente. Non riuscendo a utilizzare le parole lo fa con i gesti, quelli che suo padre non ha mai fatto per lui  e che gli sono mancati tanto nella sua infanzia. Un padre lontano il suo, troppo impegnato nel lavoro per accorgersi di quel bimbo che supplicava le sue carezze. Lui però non vuole essere così, non sarà un genitore assente: per quel bambino farà anche l’impossibile, nonostante non sappia nulla di come un bimbo si tiri su, nonostante quegli occhi nocciola esattamente uguali a quelli della madre…

Ma se per Ettore è difficile ogni giorno ritrovare il fantasma del passato negli occhi del suo bambino, per il piccolo Pietro, che di quello spettro non conosce neanche i contorni,  l’assenza della madre è devastante. Lui non ha niente che lo riconduca a quella donna che lo avrebbe tenuto in grembo per tanti mesi. Non conosce il suo viso, la sua voce, non sa quale fosse il suo profumo. Vivere, crescere, andare avanti sentendo la costante mancanza di una parte di sé diventa difficile per lui.  Suo padre, i suoi nonni, la sua scuola, il suo paese non gli bastano, anzi, lo soffocano, gli ricordano sempre che lei non c’è.  Continuerà a cercarla in ogni cosa, nelle persone che incontra, non riuscirà a darsi pace. Un vuoto freddo risucchia le sue emozioni, le sue parole impedendogli di esprimersi come vorrebbe, creando in lui un blocco emotivo che farà si che anche il rapporto con suo padre ne risenta.

“Vorrebbe raccontargli quello che è successo, chiedergli come si chiama quello che sente nella pancia, avere il coraggio di abbracciarlo, di stringerlo, di dirgli che ha bisogno del suo aiuto.

…Sarebbe stato meglio se mi avessi abbandonato tu, gli dice. Guarda suo padre che non reagisce, che resta immobile…che gli dice, devi tagliare il prato, prima di voltarsi e andare via”

Scappa Pietro, da suo padre, da quel paesino dove è cresciuto e gli sembra lo soffochi, dalla sua vita, da se stesso. Ma non si può farlo per sempre. Prima o poi dovrà affrontare tutto quello che vorrebbe lasciarsi alle spalle, per trovare la pace, per imparare a ritrovarsi anche senza di lei

La mancanza di una figura importante come lo è quella della propria madre sicuramente lascia degli strascichi ben evidenti nel percorso di vita di chiunque, tanto più quando questa assenza non è da ricondurre a disgrazie irreparabili come può esser la morte della persona in questione ma a scelte che questa ha fatto.  Roberto Camurri lo evidenzia in ogni pagina di questo libro dove l’introspezione occupa ogni riga facendo solo intravedere i contorni delle vicende. Se da un lato questo porta a calarsi perfettamente nel sentire dei personaggi, lascia però, a parer mio, troppi lati oscuri nella storia che non permettono al lettore di poter capire il perché di determinate azioni.

Dovendo definire questo romanzo con degli aggettivi direi che è silenzioso e poetico. Più che i rumori il lettore riesce a sentire gli odori, a immaginare i sospiri e le lacrime che di volta in volta si affacciano sui volti dei personaggi, volti semplici, quasi sempre privi di parole, nella quotidianità dei quali però s’infiltra spesso la poesia che riesce a riempire di luce anche ciò che sta in penombra regalando a queste pagine un tocco di delicatezza che fa si che vengano lette con piacere.

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