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La zolfatara – Irene Di Liberto

 La zolfatara
 Irene Di Liberto
 Romanzo
 Piemme
 2026
 cartaceo
 428

Sicilia, inizio Novecento. A Castellatani gli uomini sono destinati a respirare la polvere dello zolfo. La grande miniera sulla collina è un dio crudele che divora i carusi e restituisce sudore, fatica e una promessa di lavoro. Teresa è cresciuta con un desiderio più grande della sua età: diventare maestra e insegnare ai bambini del paese come sognare un mondo migliore. Ma in una realtà in cui le scelte sono già scritte dalla tradizione, la sua vita si intreccia con quella di Giovanni, uno zolfataro che conosce i cunicoli sotterranei come le stanze di casa. Il loro matrimonio nasce dalla necessità, eppure, tra turni massacranti e promesse di futuro infrante, i due scoprono un amore lento, fatto di sguardi e piccoli gesti, capace di resistere alle leggi morali inscalfibili di una comunità chiusa e arroccata nell’entroterra. Un amore che può metterli al riparo dalla miseria, ma non per sempre. Irene Di Liberto racconta una storia d’altri tempi con una voce calda ed emozionante, partendo dal ricordo del nonno paterno, caruso della zolfara di Casteltermini, una delle miniere più importanti d’Europa. La zolfatara è un grande romanzo di donne e di uomini, di madri e figlie, di sogni che resistono anche quando tutto sembra negare il cambiamento. Una saga familiare del Sud Italia capace di parlare al presente e di toccare corde universali.

“Scavavano gli uomini e scavavano i carusi, anche a mani nude. Sulle dita, sui palmi lo sforzo si trasformava in ferite profonde come le gallerie in cui picconavano. Mentre la dignità si travestiva da fame, loro si svestivano per sopportare il calore.”

Siamo agli inizi del novecento a Castellatani, un paese posizionato nella campagna siciliana e noto per la presenza di una grande miniera di zolfo.

Teresa vi fa arrivo per convolare a nozze con Giovanni “u surfararu“, praticamente obbligata dalla madre Pina che sogna per la figlia un futuro più felice. Come tutti i matrimoni combinati anche quello di Teresa e Giovanni non nasce da un sentimento profondo, ma la cura, l’attenzione e la dolcezza di Giovanni faranno sì che Teresa si innamori lentamente di quell’uomo onesto e gran lavoratore che promette di riuscire a realizzare il più grande sogno della moglie: studiare per diventare insegnante.

Dall’amore della coppia, divenuto nel tempo profondo, arrivano poco dopo due figli: Antonio e Carmelina.

Lui sempre con un’idea in testa, caparbio e portato per i lavori manuali.

“Sempre di un palmo più alto della maggior parte dei coetanei,  Antonio era testardo per natura, ma anche molto altruista. Il suo unico obiettivo, nelle gare coi compagni, era arrivare primo. Gli piaceva ideare nuove invenzioni, incastrando tra loro pezzettini di legno, facendosi aiutare, di tanto in tanto dal padre, abile nei lavori manuali.”

Lei, invece, l’esatto opposto: un carattere mite, posato e pure molto curioso di imparare, proprio come la madre che, capita la natura della figlia, la stimola nel continuo apprendimento di nuove conoscenze.

“Carmelina era l’opposto del fratello. Era riflessiva, mite e aveva la voglia di imparare della madre. Teresa le raccontava tutto ciò che sapeva: da come si coltivano i pomodori dell’orto alle accortezze per tenere sempre pulito, passando per le varie nozioni e notizie che apprendeva a casa di donna Assunta, dove sia lei che Pina erano a servizio.”

La vita della famiglia Nicastro non è una vita fatta di grandi ricchezze, ma è assolutamente un’esistenza costruita sulla base dell’amore e sull’aspirazione dei genitori di poter costruire un futuro migliore per entrambi i figli.

Mentre Teresa rinuncia al suo sogno di poter conseguire il diploma da maestra per potersi occupare della famiglia, Giovanni è imprigionato ogni giorno nel buio della miniera di zolfo del paese, nella quale lavora per lunghi ed estenuanti turni. Ci lavora sin da quando era un caruso e il risparmio sulla salute e sicurezza dei lavoratori è da sempre un punto fermo della politica del proprietario della miniera che, intrallazzato con le varie figure istituzionali, punta a fare il massimo del profitto sulla pelle dei minatori.

Purtroppo, proprio a causa di questa vile scelta, Giovanni perde la vita dentro la miniera lasciando Teresa sola e costringendo i figli, poco più che ragazzi, a crescere in fretta.

È da questa triste vicenda che ognuno dei tre componenti rimasti della famiglia Nicastro prende la propria strada, cercando condizioni che rendano migliore la vita di tutti.

Teresa trova impiego presso una ricca famiglia palermitana che, scoprirà in seguito, essere la diretta responsabile delle tragiche morti nella miniera del marito. Carmelina parte per Milano, ospite di alcuni cugini, alla ricerca di un futuro brillante tramite lo studio. Antonio resta al paese dandosi da fare nell’officina meccanica di un compaesano e divenendo presto un bravo lavoratore e anche un visionario imprenditore.

La storia, come scritto nelle note, si ispira alla vita del nonno dell’autrice stessa, il quale ha conosciuto il buio della miniera e ha convissuto con le complicazioni di salute che le scarse accortezze mediche hanno inevitabilmente condotto.

La brevità dei capitoli rende l’intero testo incalzante, riuscendo a creare immagini definite che prendono facilmente vita nella mente del lettore.

Vengono inseriti molto spesso sia vocaboli che modi di dire siciliani che, anche per chi non conosce il dialetto, sono facilmente comprensibili grazie alle note lasciate nelle ultime pagine del libro.

Castellatani è il paese nel quale gli abitanti fanno comunità aiutandosi a vicenda con il poco che ognuno può offrire. L’ambiente descritto è quello della Sicilia rurale degli inizi del novecento e dalla scrittura balza in modo evidente quanto fosse estesa la povertà nelle campagne e, al tempo stesso, quanto fosse importante per quelle persone non rinunciare alla propria dignità nonostante gli stenti e i sacrifici.

L’autrice, nell’attenta descrizione non soltanto dei personaggi, ma anche dei tratti distintivi della cultura e delle tradizioni, inserisce l’aspetto molto caratterizzante della superstizione e delle credenze popolari tramite il personaggio della magara. Questa appare all’improvviso, proprio come per magia, sempre alla vigilia o al compimento della morte di qualche personaggio vicino a Teresa.

Seppur capendo la volontà della Di Liberto di descrivere una caratteristica precisa che è stata (ed è tutt’oggi) parte soprattutto di alcune zone, ho trovato il personaggio della magara piuttosto inutile: arriva all’improvviso in pochissime occasioni nella prima parte del romanzo e poi non se ne fa più alcun accenno. Sebbene, ripeto, questo personaggio compaia soltanto in occasione del trapasso di alcune figure, non ne ho trovato una vera e propria utilità al fine del racconto. Mi sarebbe piaciuto che comparisse nel testo con una descrizione più dettagliata e che avesse un ruolo ancor più significativo.

Tornando invece a Teresa, il vero pilastro del racconto, ho provato sentimenti contrastanti per la sua scelta di non denunciare la famiglia Mangiapane una volta scoperti i malaffari che tenevano per massimizzare i profitti della miniera.

Sebbene capissi la volontà di proteggere i figli, specialmente Antonio, da una verità che avrebbe portato loro ulteriore sofferenza, al tempo stesso ho provato una sentimento di contrarietà al pensiero che la sua omertà l’abbia resa in qualche modo complice delle morti che avrebbero potuto succedere a quella  del marito nella miniera di zolfo.

Alla fine comunque sarà proprio il figlio Antonio a chiudere il cerchio, tornando sotto altre vesti lì dove tutto ha avuto inizio, offrendo finalmente e per la prima volta ai minatori l’occasione di essere visti come uomini e non più soltanto come strumenti di guadagno.

“Dalla surfara tutto è cominciato e continua. Da lì partì nostro nonno, lì fu risucchiato nostro padre, lasciandoci poveri e smarriti. Tu hai afferrato la nostra miseria e l’hai trasformata, hai preso in pugno le nostre radici e, annaffiandole, hai permesso loro di sbocciare. Ogni pezzo della nostra memoria, così, si ricongiunge come gli angoli della cornice di un quadro. I tuoi, i miei figli sapranno che, pur se il punto di partenza e di arrivo coincidono, ciò non significa che si è stati immobili, ma solo che quell’inizio si è poi espanso in tante direzioni, sempre migliori e migliorabili.”

Non ho un giudizio negativo di questo racconto, anzi tutt’altro, però forse in alcuni momenti avrei desiderato che la scrittrice andasse più a fondo nelle situazioni che, a mio avviso, alle volte danno l’impressione di restare abbozzate.

La zolfatara resta sicuramente un libro che vale la pena leggere per immergersi nelle luci e nelle ombre di questa sacra terra, per conoscere tradizioni, per la forte dignità e per la dolce accoglienza delle persone, per immaginare i luoghi, per sentire i sapori e gli odori che hanno reso e che continuano a rendere la Sicilia una terra estremamente identitaria, dalla quale spesso i suoi figli se ne vanno alla ricerca di un futuro più luminoso, ma senza mai lasciarla davvero.

Edito nel 2026 da Piemme del Gruppo Mondadori, La zolfatara è un libro che consiglierei agli amanti delle saghe familiari e delle storie che trascinano dentro ai luoghi e alle tradizioni.

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